Black

(3 / 5)

Ho iniziato ad appassionarmi alla cinematografia ed alla cultura orientale negli anni 90, grazie all’aiuto dei newsgroup dedicati al cinema (free.it.cinema e it.arti.cinema, che non finirò mai di ringraziare); nonostante questo ammetto di non avere dimestichezza con i drama orientali. Ne ho visti due in tutta la mia vita; probabilmente la lunghezza eccessiva mi ha sempre spaventato; ultimamente però Netflix non ha fatto altro che sbattermi in faccia questa sua produzione coreana, e grazie anche all’elemento soprannaturale, che con me funziona sempre, mi ha covinto.
Non è stata una passeggiata, soprattutto a causa dell’eccessiva (secondo i miei canoni) lunghezza; non mi riferisco tanto al numero di puntate (18), quanto al fatto che ognuna di loro ha una durata di oltre un’ora (alcune puntate arrivavano all’ora e venti). Però la storia, molto complessa come da tradizione, ti prende e i moltissimi e ben dosati colpi di scena lungo tutta la serie ti incoraggiano al binge-watching. La cosa bella è che qua dentro troviamo di tutto: i poliziotti sfigati, ma che alla fine dimostrano il loro valore, i potenti cattivi (e da ste parti non ci sono mezze misure), i pedofili, gli stupri, l’eroe bello e dannato, l’idol di buon cuore (e anche qua niente mezze misure).
Black intrattiene alla grande, tra mistero, scene di lotta, molto romanticismo e comicità, nonostante il suo continuo divagare ed aprire sottotrame in continuazione (però le chiude tutte) e tira fuori un paio di momenti altissimi, davvero, sia a livello visivo che drammaturgico. Certo, dobbiamo migliorare il trucco degli attori quando li dobbiamo invecchiare, ma le parrucche da vecchi e le rughe finte strappano un sorriso, e appaiono alla fine, quando ormai vuoi davvero bene a questa serie.

TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

(4 / 5)

Gigantesca. Non ho altre parole per definire Frances McDormand in Tre Manifesti Ad Ebbing.
L’immedesimazione con il suo personaggio è immediata, grazie al fatto che basta uno sguardo per catapultarci dentro il suo dolore e la sua rabbia. Senza questa immedesimazione probabilmente il film funzionerebbe molto meno. Non perché abbia qualche difetto, anzi, è scritto molto bene e interpretato benissimo. Ma perché, nonostante schivi in maniera molto intelligente tutti i cliché della provincia americana, ci racconta un mondo orrendo, dove l’unico modo per sopravvivere è riempire il serbatoio di rabbia; e un racconto così cupo e pessimista, affinché funzioni, deve prenderti a cazzotti in pancia. E Frances colpisce duro. Non è solo questo, c’è anche molta ironia (il parallelismo con i Coen lo lascerei stare francamente) che però è assolutamente funzionale a ciò che i personaggi provano; non è solo un escamotage per spezzare la tensione drammatica, ma è anche un indicatore dello stato di sofferenza e insofferenza dei personaggi.
Menzione d’onore per Sam Rockwell, che interpreta, benissimo, il personaggio con il miglior arco narrativo del film: lo odi all’inizio, lo comprendi e lo compatisci durante il film per poi amarlo alla fine.
Meglio di così il 2018 non poteva iniziare: Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è un film da vedere per iniziare l’anno cinefilo alla grande. Un inizio d’anno che promette benissimo dal punto di vista della qualità.

IL RAGAZZO INVISIBILE – SECONDA GENERAZIONE

(1.5 / 5)

Gabriele Salvatores per molti anni ha rappresentato tutto ciò che avrei voluto dal cinema italiano. Dopo Mediterraneo, e in generale la trilogia della fuga, avrebbe potuto vivere di rendita.
E invece ha fatto un film diverso dall’altro. Ho amato Sud, che è uscito al momento giusto per me; sulla copertina della Smemoranda 1994 c’era inciso: muoviti rapido così la foto non viene (o qualcosa del genere, vado a memoria); e che dire di quel Nirvana che mi fece scoprire il cyberpunk e contemporaneamente i Traffic (ad un certo punto c’era questa meravigliosa canzone).
Oggi si grida al miracolo per Smetto Quando Voglio, ma vogliamo ricordare che Salvatores ad inizio secolo tirò fuori Amnèsia? Per non parlare di Denti e del suo capolavoro: Io Non Ho Paura.
Per tutto questo dispiace un po’ vedere come ci sia lui dietro la macchina da presa di questo film a dir poco disastroso. Gli X-Men di casa nostra non funzionano, eppure non era nemmeno così difficile. Il male peggiore del film è la scrittura: è scritto male, sia dal punto di vista dello sviluppo della storia che da quello della caratterizzazione dei personaggi. Per non parlare delle loro motivazioni: l’odio dei ‘dotati’ nei confronti dei ‘normali’ non è motivato per niente. Bryan Singer ci mise un paio di minuti per dare le motivazioni giuste a Magneto; non che si debba copiare per carità, ma da un film di intrattenimento francamente non mi aspetto nemmeno niente di originale. Mi aspetto che funzioni. E questo semplicemente non funziona mai.
Nonostante questo Salvatores ha ancora la mano: i pochi momenti emozionanti e suggestivi ci sono grazie alla sua regia; peccato che siano fini a sé stessi e vengano affogati nella mediocrità generale.

Tutti i soldi del mondo

(2 / 5)

Se negli USA hanno avuto il coraggio di tagliare la parte di Kevin Spacey e farla rigirare a Christopher Plummer, per le note vicende di abusi in cui è coinvolto il protagonista (ex protagonista) di House Of Card, in Italia avremmo dovuto come minimo vietare la proiezione doppiata di questo film. Trovo sia scandaloso portare in sala un film doppiato in maniera così penosa.
Il film in sé ha anche alcuni spunti interessanti, mal gestiti da una certa mancanza di ritmo e da una poca coesione narrativa. Il vero protagonista del film è lui, John Paul Getty, del suo rapporto con i soldi, padrone di un impero economico senza pari, convinto che ogni cosa si misuri con il possedere, tutti temi che in teoria sarebbero dovuti essere sviluppati a partire dal rapimento del nipote, pretesto per approfondire la psicologia del magnate.
Il problema è che non esiste una vera e propria drammaturgia, non è una parabola, è una linea retta che non mette mai tensione, ma che alle volte annoia.
Molto in parte, stranamente, viste le vicende succitate, Christopher Plummer  e splendida come sempre Michelle Williams, che non sbaglia un colpo. Sono lontani i tempi di Dawson’s Creek. Tutto il resto forse è meglio dimenticarlo.

Jumanji: benvenuti nella giungla

(3 / 5)

 

Ad uso e consumo dei puristi e dei nostalgici, mettiamo bene in chiaro una cosa prima di iniziare: Jumanji – Benvenuti nella Giungla non è un remake, non è un sequel, non è un reboot, e proprio un film diverso da quell’altro a cui siete tanto affezionati. Quindi niente piagnistei su quanto erano belli i bei tempi e quanto schifo faccia oggi il mondo.
Ed è un film che fa egregiamente bene il suo lavoro: intrattiene.
Quattro giovani disadattati si trovano catapultati all’interno di un videogame nei panni dei loro avatar digitali, ognuno dei quali agli antipodi rispetto alla realtà: e quindi il nerd diventa l’eroico e pompato Dwayne The Rock Johnson, il muscoloso giocatore di football si ritrova nei panni del portatore di zaino Kevin Hart, la bruttina sfigata diventa invece la tostissima e bonissima Karen Gillan ed infine la bella selfiedipendente nel gioco deve interpretare il ruolo del vecchietto di mezza età Jack Black.
Tutto si svolge in maniera classica, che più classica non si può: l’avventura va avanti alternando azione e humor in maniera quasi scientifica e la riuscita del film è tutta sulle spalle dei protagonisti il cui carisma riesce a tenere in piedi la baracca.
Dwayne Johnson è il mattatore assoluto e probabilmente è più bravo di quanto lui stesso non sappia, la linea puramente comica vede giganteggiare Jack Black che diverte molto più di quanto non faccia Kevin Hart, o meglio di quanto non facciano le sue continue smorfie. Karen Gillian porta a casa il risultato sfoggiando le sue virtù, ma niente di più. Menzione d’onore per il cameo di Colin Hanks, altro attore che meriterebbe più visibilità.
Il film funziona bene, ci si diverte e si esce dalla sala soddisfatti. Se si fosse osato un po’ di più sarebbe diventato un classico, come oggi lo sono film come I Goonies o Indiana Jones, peccato.

 

 

 

 

DI MIRC, NEWSGROUP ED ALTRE AMENITA’

Non avrei mai pensato di diventare nostalgico.
Sicuramente è un sintomo del tempo che passa, ma ricordo benissimo il fastidio che provavo quando, da adolescente, i miei genitori parlavano degli anni ’60 e di come era meglio allora quando ci si eccitava per una caviglia femminile in bella vista. Cosa su cui ancora oggi ho seri dubbi, rafforzati peraltro da film che testimoniano una realtà diversa.
Ma non è questo il punto, caviglia o no il punto è che ci sono momenti in cui mi manca molto il passato.
Non ho la presunzione di dire che una volta si stava meglio (di questo mi convincerò verso i sessant’anni), ma era diverso e il presente sempre più spesso fatico a capirlo.
Mi manca ad esempio il 1995.
E’ stato in quell’anno che, a 20 anni, ho fatto il mio ingresso ufficiale in rete acquistando il mio primo pc: Windows 95 (ovviamente) ed Encarta.
Encarta, ragazzi. Un’intera enciclopedia su CDROM. Con contenuti multimediali! Cercavi Maradona e potevi vedere il gol di mano contro l’Inghilterra. La mano di Dio. Che tempi!
Mi rendo conto che sta cosa suona tra il ridicolo e il patetico, ma vi garantisco che chiunque abbia acquistato un pc in quel periodo si sia intrippato moltissimo con Weezer. Di che parlo? Di questo video incluso nel sistema operativo.

La sensazione era quella di avere tutta la conoscenza del mondo a portata di mano. Ed era ancora nulla.
Qualche settimana dopo entrò in casa un modem 14.400.
Inizialmente fu MIRC.
Adesso potevo parlare con persone all’altro capo del mondo, adesso le distanze erano annullate. Ero entrato ufficialmente nel futuro.
Il giorno dopo il mio futuro si arrestò per qualche settimana (forse mese), perchè entrai nello smercio di foto porno. Sempre su Mirc.
La faccenda funzionava così: entravi nel canale dove si smerciava la ‘roba’ e contattavi i vari utenti proponendo lo scambio 1 a 1. Io ti mando una foto tu mi mandi una foto. Il problema mio era che di foto non ne avevo. Ma il bisogno aguzza l’ingegno, così fingendomi donna ingenua&incuriosita, ho fatto la mia prima esperienza di social hacking costruendo un impero in poche settimane.

Il periodo bello però iniziò con la scoperta dei newgroup e forum.
Ero un assiduo frequentatore di it.arti.cinema, free.it.cinema e frequentatore sporadico di gruppi dove si annidavano troll vecchio stile, che nulla hanno a che vedere con i troll odierni (e qui non c’entra il discorso nostalgia, è un dato di fatto).
Ho il rimpianto di essere stato perlopiù un lurker e aver partecipato poco, invidiando molto la community di amici che si formò in quel periodo tra gli utenti più attivi. Ma ho scoperto veramente delle cose bellissime. In quel periodo nacque la mia passione per il cinema orientale, grazie ad un utente di free.it.cinema, l’Ssimo, che teneva una rubrica settimanale: venti d’oriente.
Oggi in rete mi sento molto vecchio. E magari è perchè sto cazzo di facebook ha monopolizzato la permanenza online facendo perdere di valore ad altri modi di stare in rete (blog in primis) o magari perchè oggi internet è alla portata di tutti e tutti sono online e tutti hanno il bisogno di dire qualcosa, qualunque cosa, e il chiasso copre ogni altra cosa. E’ un discorso classista di cui mi vergogno, ma temo che non sia così lontano dalla realtà.
Ma rimpiangere è inutile, il tempo passa a prescindere e le cose cambiano per forza. Alle volte in meglio, altre in peggio, spesso in maniera imprevedibile ed incomprensibile (per me). Quello che posso fare è concedermi ogni tanto un tuffo nei ricordi e poi tornare al 2017. Che tra una ventina d’anni qualcuno rimpiangerà.

OSCAR 2017: TUTTI CONTRO TRUMP

Per rendere memorabile questa edizione del 2017 degli Oscar c’è voluto uno psicodramma consumatosi proprio in dirittura d’arrivo.
Al povero Warren Beatty che avrebbe dovuto dare il premio più importante (il miglior film) è stata consegnata la busta della migliore attrice (Emma Stone, Lalaland); nè lui nè la sua partner Faye Dunaway si sono accorti dell’errore ed hanno annunciato la statuetta per Lalaland, salvo poi correggersi e darla al legittimo vincitore Moonlight.
Per il resto una noia mortale, condita con qualche pizzico di irritazione.
Perchè diciamoci la verità, tutta questa impronta anti Trump è stucchevole. Lungi da me pensare che il neo presidente non sia un personaggio quantomeno bizzarro e probabilmente pericoloso (se va bene), ma resta comunque il presidente eletto della nazione famosa per esportare la democrazia in giro per il mondo, e Trump era Trump anche prima delle elezioni. Insomma, lo avete eletto, democrazia vuole che ve lo teniate senza tante storie.
E come se non bastassero le battute, la retorica del nessun muro può dividerci stride in maniera tristissima con il momento più emblematico della serata:

 

 

Mancava solo che lanciassero le noccioline ai poveri avventori (e non importa se la cosa fosse preparata o no). E forse qua si capisce perchè poi vince Trump.

Ma non sono io la persona adatta a fare un’analisi socio politica, e qua si parla di Oscar.

Il vincitore della serata è La la land, ma non ha stravinto come ci si aspettava alla vigilia.

Il regista Damien Chazelle vince la statuetta con un film tutto estetica e niente sostanza, tutto l’opposto di quanto predicava nel suo precedente e bellissimo Whiplash. Ciò nonostante è un talento puro, e se con questa vittoria riuscirà ad essere più libero da condizionamenti e si concentrerà sulle storie anzichè sulle lalalandate, probabilmente ci regalerà molte soddisfazioni, considerando anche la giovane età (è il regista più giovane ad aver vinto una statuetta).
Vince Emma Stone, che conferma che basta fare le faccine per poter essere considerata brava (Natalie Portman e Isabelle Huppert avrebbero meritato più di lei, per esempio).
Non vince Ryan Gosling che conferma che non basta avere lo sguardo da pesce appena pescato per poter essere considerato bravo. Ma si rifarà. La statuetta come miglior attore la vince Casey Affleck, fratellino del più noto Ben, che la statuetta se la merita tutta per la splendida interpretazione nel bellissimo Manchester By The Sea. E Denzel non pare averla presa bene.

Viola Davis confeziona il delitto perfetto portandosi a casa la statuetta come miglior attrice non protagonista, meritata anche questa, e Mahershala Ali è il primo attore musulmano a vincere un oscar, premio più che mai meritato essendo Moonlight un film bellissimo e lui bravissimo.

Niente da fare per Fuocoammare, unico film italiano in gara nella categoria documentari: rispettati i pronostici, vince OJ Made in America, ed onestamente non possiamo dire nulla a riguardo: statuetta meritata.
Alla fine è tutto qui.
Una serata noiosa, con pochissimi momenti memorabili e nessun discorso che passerà alla storia.
L’esibizione di John Legend è stata l’unico guizzo di pura bellezza.

 

Di seguito la lista completa dei vincitori

 

Miglior film

Miglior regia

Miglior attore protagonista

Miglior attrice protagonista

Miglior attore non protagonista

Miglior attrice non protagonista

Migliore sceneggiatura originale

Migliore sceneggiatura non originale

Miglior film straniero

Miglior film d’animazione

Miglior fotografia

Miglior scenografia

Miglior montaggio

Miglior colonna sonora

Miglior canzone

Migliori effetti speciali

Miglior sonoro

Miglior montaggio sonoro

Migliori costumi

Miglior trucco e acconciatura

Miglior documentario

Miglior cortometraggio documentario

Miglior cortometraggio

Miglior cortometraggio d’animazione