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TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

(4 / 5)

Gigantesca. Non ho altre parole per definire Frances McDormand in Tre Manifesti Ad Ebbing.
L’immedesimazione con il suo personaggio è immediata, grazie al fatto che basta uno sguardo per catapultarci dentro il suo dolore e la sua rabbia. Senza questa immedesimazione probabilmente il film funzionerebbe molto meno. Non perché abbia qualche difetto, anzi, è scritto molto bene e interpretato benissimo. Ma perché, nonostante schivi in maniera molto intelligente tutti i cliché della provincia americana, ci racconta un mondo orrendo, dove l’unico modo per sopravvivere è riempire il serbatoio di rabbia; e un racconto così cupo e pessimista, affinché funzioni, deve prenderti a cazzotti in pancia. E Frances colpisce duro. Non è solo questo, c’è anche molta ironia (il parallelismo con i Coen lo lascerei stare francamente) che però è assolutamente funzionale a ciò che i personaggi provano; non è solo un escamotage per spezzare la tensione drammatica, ma è anche un indicatore dello stato di sofferenza e insofferenza dei personaggi.
Menzione d’onore per Sam Rockwell, che interpreta, benissimo, il personaggio con il miglior arco narrativo del film: lo odi all’inizio, lo comprendi e lo compatisci durante il film per poi amarlo alla fine.
Meglio di così il 2018 non poteva iniziare: Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è un film da vedere per iniziare l’anno cinefilo alla grande. Un inizio d’anno che promette benissimo dal punto di vista della qualità.

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