TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

(4 / 5)

Gigantesca. Non ho altre parole per definire Frances McDormand in Tre Manifesti Ad Ebbing.
L’immedesimazione con il suo personaggio è immediata, grazie al fatto che basta uno sguardo per catapultarci dentro il suo dolore e la sua rabbia. Senza questa immedesimazione probabilmente il film funzionerebbe molto meno. Non perché abbia qualche difetto, anzi, è scritto molto bene e interpretato benissimo. Ma perché, nonostante schivi in maniera molto intelligente tutti i cliché della provincia americana, ci racconta un mondo orrendo, dove l’unico modo per sopravvivere è riempire il serbatoio di rabbia; e un racconto così cupo e pessimista, affinché funzioni, deve prenderti a cazzotti in pancia. E Frances colpisce duro. Non è solo questo, c’è anche molta ironia (il parallelismo con i Coen lo lascerei stare francamente) che però è assolutamente funzionale a ciò che i personaggi provano; non è solo un escamotage per spezzare la tensione drammatica, ma è anche un indicatore dello stato di sofferenza e insofferenza dei personaggi.
Menzione d’onore per Sam Rockwell, che interpreta, benissimo, il personaggio con il miglior arco narrativo del film: lo odi all’inizio, lo comprendi e lo compatisci durante il film per poi amarlo alla fine.
Meglio di così il 2018 non poteva iniziare: Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è un film da vedere per iniziare l’anno cinefilo alla grande. Un inizio d’anno che promette benissimo dal punto di vista della qualità.

IL RAGAZZO INVISIBILE – SECONDA GENERAZIONE

(1.5 / 5)

Gabriele Salvatores per molti anni ha rappresentato tutto ciò che avrei voluto dal cinema italiano. Dopo Mediterraneo, e in generale la trilogia della fuga, avrebbe potuto vivere di rendita.
E invece ha fatto un film diverso dall’altro. Ho amato Sud, che è uscito al momento giusto per me; sulla copertina della Smemoranda 1994 c’era inciso: muoviti rapido così la foto non viene (o qualcosa del genere, vado a memoria); e che dire di quel Nirvana che mi fece scoprire il cyberpunk e contemporaneamente i Traffic (ad un certo punto c’era questa meravigliosa canzone).
Oggi si grida al miracolo per Smetto Quando Voglio, ma vogliamo ricordare che Salvatores ad inizio secolo tirò fuori Amnèsia? Per non parlare di Denti e del suo capolavoro: Io Non Ho Paura.
Per tutto questo dispiace un po’ vedere come ci sia lui dietro la macchina da presa di questo film a dir poco disastroso. Gli X-Men di casa nostra non funzionano, eppure non era nemmeno così difficile. Il male peggiore del film è la scrittura: è scritto male, sia dal punto di vista dello sviluppo della storia che da quello della caratterizzazione dei personaggi. Per non parlare delle loro motivazioni: l’odio dei ‘dotati’ nei confronti dei ‘normali’ non è motivato per niente. Bryan Singer ci mise un paio di minuti per dare le motivazioni giuste a Magneto; non che si debba copiare per carità, ma da un film di intrattenimento francamente non mi aspetto nemmeno niente di originale. Mi aspetto che funzioni. E questo semplicemente non funziona mai.
Nonostante questo Salvatores ha ancora la mano: i pochi momenti emozionanti e suggestivi ci sono grazie alla sua regia; peccato che siano fini a sé stessi e vengano affogati nella mediocrità generale.

Tutti i soldi del mondo

(2 / 5)

Se negli USA hanno avuto il coraggio di tagliare la parte di Kevin Spacey e farla rigirare a Christopher Plummer, per le note vicende di abusi in cui è coinvolto il protagonista (ex protagonista) di House Of Card, in Italia avremmo dovuto come minimo vietare la proiezione doppiata di questo film. Trovo sia scandaloso portare in sala un film doppiato in maniera così penosa.
Il film in sé ha anche alcuni spunti interessanti, mal gestiti da una certa mancanza di ritmo e da una poca coesione narrativa. Il vero protagonista del film è lui, John Paul Getty, del suo rapporto con i soldi, padrone di un impero economico senza pari, convinto che ogni cosa si misuri con il possedere, tutti temi che in teoria sarebbero dovuti essere sviluppati a partire dal rapimento del nipote, pretesto per approfondire la psicologia del magnate.
Il problema è che non esiste una vera e propria drammaturgia, non è una parabola, è una linea retta che non mette mai tensione, ma che alle volte annoia.
Molto in parte, stranamente, viste le vicende succitate, Christopher Plummer  e splendida come sempre Michelle Williams, che non sbaglia un colpo. Sono lontani i tempi di Dawson’s Creek. Tutto il resto forse è meglio dimenticarlo.

Jumanji: benvenuti nella giungla

(3 / 5)

 

Ad uso e consumo dei puristi e dei nostalgici, mettiamo bene in chiaro una cosa prima di iniziare: Jumanji – Benvenuti nella Giungla non è un remake, non è un sequel, non è un reboot, e proprio un film diverso da quell’altro a cui siete tanto affezionati. Quindi niente piagnistei su quanto erano belli i bei tempi e quanto schifo faccia oggi il mondo.
Ed è un film che fa egregiamente bene il suo lavoro: intrattiene.
Quattro giovani disadattati si trovano catapultati all’interno di un videogame nei panni dei loro avatar digitali, ognuno dei quali agli antipodi rispetto alla realtà: e quindi il nerd diventa l’eroico e pompato Dwayne The Rock Johnson, il muscoloso giocatore di football si ritrova nei panni del portatore di zaino Kevin Hart, la bruttina sfigata diventa invece la tostissima e bonissima Karen Gillan ed infine la bella selfiedipendente nel gioco deve interpretare il ruolo del vecchietto di mezza età Jack Black.
Tutto si svolge in maniera classica, che più classica non si può: l’avventura va avanti alternando azione e humor in maniera quasi scientifica e la riuscita del film è tutta sulle spalle dei protagonisti il cui carisma riesce a tenere in piedi la baracca.
Dwayne Johnson è il mattatore assoluto e probabilmente è più bravo di quanto lui stesso non sappia, la linea puramente comica vede giganteggiare Jack Black che diverte molto più di quanto non faccia Kevin Hart, o meglio di quanto non facciano le sue continue smorfie. Karen Gillian porta a casa il risultato sfoggiando le sue virtù, ma niente di più. Menzione d’onore per il cameo di Colin Hanks, altro attore che meriterebbe più visibilità.
Il film funziona bene, ci si diverte e si esce dalla sala soddisfatti. Se si fosse osato un po’ di più sarebbe diventato un classico, come oggi lo sono film come I Goonies o Indiana Jones, peccato.